Ho scelto di fare il veterinario e lo scrittore.

 
OSCAR GRAZIOLI
 


leggi un racconto dal libro!
leggi la prefazione dal libro!

favole vere di animali speciali

 

«Ho scelto di fare il veterinario e lo scrittore.
Il veterinario perché chi può esprimere la sofferenza solo con gli occhi non può e non deve essere ignorato, anche se ha una coda, le ali o le pinne.
Lo scrittore perché rimanga qualcosa di ciò che ho fatto a favore dei deboli e degli indifesi, siano essi bambini o gatti, vecchi o scimmie, poveri o cani.
»

......

eta aquario

EDIZIONI
L’ETÀ DELL’ACQUARIO

presentano

Oscar Grazioli
Quello che gli animali non dicono
Straordinarie storie vere di animali e dei loro proprietari
scritte da un veterinario



dalla viva esperienza di un veterinario
36 storie di animali raccontate con garbo e simpatia
in libreria dall’8 luglio
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Edizioni L’Età dell’Acquario / collana «Altrimondi»
ISBN 978-88-7136-3338-7 / pagg. 278 / euro 18,00

come ordinare
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Cani, gatti, cavalli, scimmie, rettili (e l’elenco potrebbe continuare) sono i protagonisti delle trentasei storie – più una postfazione, che tratta una vicenda particolarmente cara all’autore – riunite in questo volume.

Ciascuna di esse racconta un frammento di vita degli animali e dei loro proprietari dal punto di vista privilegiato di chi ha vissuto accanto a loro, utilizzando le proprie competenze di veterinario e giornalista per farsi portavoce – con simpatia, senso dell’umorismo e un pizzico di ironia – di quei fratelli minori cui non sempre prestiamo la dovuta attenzione.

Se fra i «personaggi» dei vari racconti non figurano soltanto i classici animali domestici è perché Oscar Grazioli ha avuto la fortuna, e il coraggio, di imbattersi in casi unici e particolari, e anche di seguire con determinazione e interesse le vicende di animali sfruttati e vittime di maltrattamenti.

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Quello che gli animali non dicono è un libro appassionante e divertente: l’affetto che l’autore nutre per gli eroi delle sue storie diventa subito nostro.
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oscar grazioliOscar Grazioli, medico veterinario e giornalista pubblicista, vive e lavora a Reggio Emilia, dove è nato. È stato uno dei primi veterinari, in Italia, a occuparsi scientificamente delle malattie di animali inconsueti, quali scimmie e rettili. Collabora da anni con importanti testate nazionali. Da sempre lettore insaziabile di narrativa, legal thriller e fantascienza, apprezza la buona musica, classica e moderna. Ama i cani e adora i gatti. Nel 2003 ha pubblicato Favole vere di animali speciali (Paco Editore).

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l’indice
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   7    Due parole su questo nuovo libro

    15    Alcibiade
    31    Lo zio George
    49    Alioscia
    55    Il signor Luigi
    65    Anatre e piombo
    73    Leo
    79    Barbara e il micino
    85    Billo
    93    Dea
    97    Suomi (che non avresti dovuto morire)
    105     Madame Laura
    109    Povera stella!
    117    Robertino
    121    Boris
    125    La vendetta
    135    Emilio
    145    Il signor Hyde
    149    Willy
    155    Sam, l’ingrato
    161    Judy
    169    Rambo
    173    Il cavallo
    187    La lucertola profumata
    191    Silver
    195    Buon Natale anche ai rospi
    199    Rolf
    203    Slim
    209    Giuda e il fornaio
    213    Sansone
    217    La giornata dei morti viventi
    223    Fino a quando voleranno le anatre
    227    Il trader
    233    Made in Taiwan
    241    Un diamante nascosto
    251    Joker
    259    Tobi

    265    Trenta secondi di silenzio
    267    «Caro Fabrizio»


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dal libro
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Dea

Dea è un pastore tedesco femmina di otto anni che, come tutte le mattine soleggiate di fine estate, salta felice in mezzo all’aia del contadino. All’apparire dell’anziano coltivatore Dea gli corre incontro, saltando sulle quattro zampe e tentando di afferrargli un lembo cadente della cintura dei pantaloni.
«Sta’ buona, Dea!» la riprende il contadino. «Sta’ buona, t’ho detto che stamattina cominciamo a vendemmiare e non ho tempo di mettermi a giocare con te.»
«Romeo» urla al figlio più giovane, «lega il cane ché deve arrivare il camion del mangime».
«Ma no, pa’» replica Romeo, «lasciamola libera, tanto ormai tutti i camionisti la conoscono. “In effetti” pensa il vecchio contadino, “questo è in assoluto il miglior cane che abbia mai avuto. E dire che nella nostra casa il cane lupo non è mai mancato, anzi ne abbiamo avuti fino a tre in una volta, ma come la Dea non ce n’è mai stato uno. Buona con i bambini, buona con gli altri cani, buona persino con i gatti che sono capaci di andarle a dormire sulla schiena”. «E va bene, Romeo, lasciala slegata, ma stiamo attenti, se viene in campagna con noi, che non succeda come l’anno scorso. Quando abbiamo tirato avanti il carro, a momenti finiva sotto la ruota. Ti ricordi che si era addormentata? Ormai sta invecchiando anche lei, come me.»
Proprio mentre avviano il trattore, entra nel cortile il camion con le tre cipolle cariche di mangime destinato alle galline del grande capannone vicino alla strada.
Roberto è un giovane camionista sposato da due anni e in attesa di un figlio, anzi di una bambina, come ha sentenziato il radiologo. Nascerà a giorni, forse anche domani, forse questa notte stessa. Ogni momento ormai è buono. Si chiamerà Isabella. Roberto si è raccomandato con i compagni dell’ufficio spedizione che conoscono perfettamente tutti i clienti presso cui si dovrà recare. Vuole assolutamente essere in ospedale, accanto alla moglie, quando sarà il momento. Vedendo i trattori davanti al silos Roberto decide di fare il giro intorno alla casa, proprio dove c’è la cuccia del cane. Non si accorge, immerso com’è nei suoi pensieri, del grosso pastore tedesco nascosto, a metà, sotto la siepe di bosso e non si rende neanche conto di avere già alzato, con un gesto automatico, il lungo braccio della coclea. Men che meno si accorge dei fili dell’alta tensione che corrono lateralmente alla casa.
Roberto scende dalla cabina, tenendosi alla maniglia della portiera, per verificare lo stretto passaggio fra la rete di recinzione e il muro della casa. Andare da un cliente la prima volta e danneggiargli la rete di recinzione, o peggio, il muro della casa sarebbe proprio un pessimo biglietto di presentazione.
È un attimo. Il braccio metallico tocca il filo elettrico e Roberto rimane inchiodato alla portiera, il corpo percorso da un fiume di elettroni che gli cercano l’anima.
È un attimo. Un fulmine marrone, pesante quaranta chili, si butta sul corpo di Roberto e riesce a staccarlo dall’abbraccio mortale. In pochi secondi il cane ha salvato la vita di un uomo che non aveva mai visto, procurandosi, a sua volta, ustioni dolorose, ma fortunatamente guaribili in pochi giorni.
Roberto non ha riportato conseguenze gravi dall’incidente, ma non ha potuto assistere al parto che è avvenuto il giorno dopo e che gli ha regalato una bella e paffuta bambina di quattro chilogrammi. Niente di imprevisto. Parto naturale, veloce, senza alcun problema.
L’unico cambiamento è stato il nome della bambina. Non l’hanno chiamata Isabella Maria. L’hanno chiamata Isabella Dea.

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Povera stella!

Al telefono la signora parlava con un accento emiliano molto pronunciato. Le vocali erano esageratamente aperte e la s era un vero e proprio soffione boracifero.
È uno dei miei divertimenti preferiti. Spesso, quando mi trovo in un ristorante, specialmente in una grande città, mi sintonizzo sulla frequenza degli avventori, seduti al tavolo di fianco, e cerco di indovinare la loro zona di provenienza. Non è la prima volta che, roso dal dubbio, mi avvicino al tavolo e, con la classica scusa dell’accendino, chiedo con fare innocente: «Di dove siete?». Quando capita, mia moglie, che è un po’ timida, cerca affannosamente un tombino nel quale scomparire. Tutto perché una volta, all’interno di un bel ristorante, del Buon Ricordo, un tipo apparentemente di buone maniere mi ha risposto: «E a te, che te frega?». Era di Latina. L’ho chiesto al cameriere mentre pagavo il conto.
«La signora da dove chiama?» la interrogai.
«Mo da Bologna, dottore» rispose.
«Ci avrei giurato. Ha un accento magnifico. Proprio da vera bolognese. Mi dica tutto. Che problemi ha con la sua scimmietta?»
«Senta mo bene. La colpa è mia, solo mia, perché ho aperto la finestra della sala che stava venendo giù l’ira di Dio. Vento, acqua, grandine. Un lavoro da non credere. Sa, volevo chiudere gli scuri. Non mi sono mica accorta che mi era venuta dietro e stava lì, sul tavolino del telefono, a prendersi tutto il freddo. Adesso ha la tosse e mangia poco, povera stella. Prima saltava che sembrava un grillo, adesso è tutta mocca, che sembra uno straccio da lavare per terra.»
Nel primo pomeriggio avevo davanti ai miei occhi, sul tavolo da visita, la povera stella che, nel frattempo, aveva ripreso un po’ di vigore e non pareva minimamente intenzionata a farsi visitare accuratamente. Era una piccola scimmietta sudamericana, un saimiri, detta anche testina di morto, per il particolare disegno del muso che, a prima vista, ricorda un teschio. Peraltro la descrizione è un po’ ingenerosa perché si trattava di un vero e proprio gioiello miniato della natura. Alta poco più di un palmo, aveva una coda lunghissima, non prensile. Dalla bocca chiusa emetteva, come un abile ventriloquo, una sorta di squittio aspro e ripetuto, ad altissima frequenza.
In effetti la respirazione era accelerata e, ogni tanto, emetteva piccole bollicine trasparenti dalle narici. Quello che più mi preoccupava erano dei transitori momenti di sonnolenza che sembravano coglierla all’improvviso, magari dopo aver dimostrato la sua abilità di giocoliere, facendo ruotare velocemente una matita fra le mani.
«Sarà bene fare una radiografia del torace» dissi alla signora.
«Mo ben bene, dottore. Tutto quel che vuole. Mi dica, la posso aiutare in qualche modo?»
Indossammo i camici piombati e, dopo venti minuti di battaglia, riuscii a scattare la radiografia di una scimmia che fugge. Naturalmente era impossibile pensare di maneggiare una scimmietta di tre etti scarsi con i guanti piombati, per cui lavorai a mani nude, assorbendo le dovute radiazioni. Appena riuscì a mettersi in piedi, la povera stella fece due balzi e mi piantò una decina di dentini aguzzi nel pollice carnoso (il sinistro, per amor di precisione). Poi si ritirò fra le braccia della mammina.
«Povera stella. Mo hai morsicato il dottore? Mo povera stella, guarda come respira male.»
«Vado a sviluppare» dissi alla signora minimizzando l’accaduto e afferrando, non visto, iodio, alcool, acqua ossigenata e mercurocromo. Andai a leccarmi le ferite in camera oscura. Dal momento che avevo già avuto a che fare diverse volte con le scimmie, ero informato sulle numerose malattie che questi nostri cugini pelosi ci possono trasmettere. Tubercolosi, vaiolo, epatiti, rabbia, coriomeningite linfocitaria, morbillo (già avuto, per fortuna) e altre simili pinzillacchere, ma le più temibili erano le encefaliti virali che avevano già fatto diverse vittime fra i ricercatori e gli addetti agli stabulari dei primati, nei laboratori di ricerca.
A metà degli anni ’60 fece molto scalpore la morte di sette persone che erano state a contatto con alcune scimmie provenienti dall’Uganda e dirette nei laboratori di una ditta farmaceutica tedesca. Venne isolato un virus che prese il nome dalla città, sede dei laboratori dove avvenne l’incidente: Marburgo.
Mentre tamponavo la ferita alternativamente con quattro tipi di disinfettanti diversi, pensavo che il virus di Marburgo era solo uno degli ultimi arrivati. Mi pareva di ricordare che altri virus, ancora più temibili, fossero responsabili di gravi malattie trasmesse dalle scimmie all’uomo ma, al momento, non ricordavo bene quali specie di primati erano coinvolti con precisione. Mentre la lastra si stava fissando, sfregavo sempre più vigorosamente la ferita e premevo intorno al pollice per fare uscire il sangue, che zampillava da sottilissimi fori. Presi a cospargere abbondantemente il pollice con una polvere contenente una miscela di tre potenti antibiotici, misi un cerotto e uscii dalla camera oscura.
Dal bordo del cappellino rosso, che la cliente bolognese teneva in mano, spuntavano due manine e due occhietti maligni che mi guardavano con un misto di preoccupazione e di carognesca soddisfazione.
«Signora» chiesi mentre guardavo la lastra al negativoscopio, «dove ha acquistato questa scimmietta?».
«Ah, caro il mio dottore» mi rispose abbassando la voce a un bisbiglio, «questo non potrei proprio dirlo, ma voi siete come i preti, bisogna confessarvi tutto, no? Mio figlio l’ha portata a casa dal Brasile, nascosta dentro la tasca del giubbotto. Non l’ha vista nessuno».
Mi venne un colpo! Non aveva fatto neanche la quarantena.
«Non sono un prete» sibilai a voce bassa, «e da molto tempo non frequento l’ambiente, ma ricordo una chiesa dove servivo messa da ragazzino. Avevano dei ceri alti due metri. Mi sa che stasera, al vespro, ci sarà un credente in più sui banchi!».
«Cosa dice, dottore?»
«Niente, niente… Dicevo che la scimmietta ha un inizio di broncopolmonite. Per fortuna non ha perso molto la sua vivacità e mangia ancora qualcosa, per cui speriamo di salvarla. Sa, sono animali molto delicati.»
«Mo povera stella!» fu il commento finale della signora bolognese.
Dopo una settimana la signora mi telefonò per informarmi che la scimmietta stava molto meglio, ma dava ancora qualche colpetto di tosse.
«Ci sarà da fare un’altra lastra, dottore?» chiese.
«Per l’amor di Dio!» risposi terrorizzato. «Non è neanche il caso di pensarci! Sarebbe estremamente dannoso stressare ulteriormente quella povera stella!»
Nel frattempo mi ero completamente dimenticato del mio dito. Me lo ricordai dopo dieci giorni dall’incidente quando, dopo una notte insonne e agitata, mi alzai stanco e sudato. Feci fatica a trascinarmi in strada, dove il postino mi attendeva per consegnarmi un pacco proveniente dagli Stati Uniti. Si trattava della settima edizione del «Kirk», famosissimo e autorevole testo sulle malattie degli animali da compagnia.
Tornai a letto dopo aver messo un termometro sotto l’ascella. Quasi 40°. Mal di testa feroce, male alle ossa e nausea.
«Mi sarò beccato l’influenza» tentavo di autoconvincermi, mentre l’immagine della scimmietta che piantava i dentini nel pollicione si impadroniva della mia mente, come un polipo si avvinghia allo scoglio.
Nonostante gli antibiotici e gli antipiretici, febbre e mal di testa non passavano. Si attenuavano giusto un’ora per poi riprendere come prima.
La mattina, dopo un’altra notte tempestosa, aprii il pacco di cartone contenente il volume americano e guardai svogliatamente i titoli. Nella sezione dedicata agli animali esotici c’era un capitolo intitolato «Virus diseases of primates: Their hazard to human health», ovvero: «Malattie da virus dei primati: rischi per la salute umana». Cominciai a leggere, è il caso di dirlo, febbrilmente il paragrafo dedicato all’encefalite da herpes B. Tempo di incubazione: dieci, venti giorni. Sintomi: febbre, mal di testa, nausea. Modalità di trasmissione all’uomo: morso di scimmia. Sintomi nella scimmia: raffreddore, congiuntivite, ulcere sulla lingua. Documentati ventiquattro casi nell’uomo. Morti: ventitré. Terapia: nessuna nota.
Sentivo la febbre che saliva ulteriormente e la gola sembrava il cratere di un vulcano dopo una violenta eruzione. Non c’era più neanche una stilla di saliva.
L’autore concludeva scrivendo che questa malattia colpiva soltanto le scimmie africane e NON QUELLE AMERICANE. Un po’ di saliva tornava a bagnare la gola riarsa.
Il successivo scarno paragrafo si occupava del recente isolamento, nelle scimmie del genere saimiri, di un virus denominato herpes T di cui, al momento, si sapeva ben poco. Sembrava meno pericoloso dell’herpes B, ma poteva certamente causare gravi encefaliti nell’uomo, come dimostrava il recente caso di un ricercatore morsicato da una scimmia di quella specie. L’articolo finiva lì. Non era dato sapere se il ricercatore avesse continuato a ricercare, qui sulla terra o in cielo.
Mi attaccai al telefono. Cominciai a interpellare la prima istituzione che, nella mia beata ingenuità, credevo mi potesse aiutare: mamma università. Il professore con il quale riuscii a parlare sapeva tutto sul morbo di Aujeszky dei maiali, sulla malattia vescicolare, l’afta, l’IBR dei bovini ecc. Per quanto concerne le scimmie, aveva visto sì e no i programmi di Angelo Lombardi e Andalù e qualche nuovo documentario di Piero Angela. Telefonai all’Istituto Superiore di Sanità a Roma, per sapere se esistesse, nel Bel Paese, un laboratorio in grado di effettuare analisi sui virus erpetici dei primati. Dopo aver parlato con una decina di funzionari e dopo non aver parlato con una decina di fuoristanza, ebbi la certezza che se interpellavo direttamente una scimmia avrei ottenuto più congrue informazioni. Telefonai al Ministero dell’Agricoltura e Foreste dove, per fortuna, all’ottavo tentativo parlai con un impiegato che non sapeva neanche che cosa fosse un virus e men che meno un herpesvirus, però, visto che seguiva i problemi burocratici relativi all’importazione delle scimmie dall’estero, mi diede finalmente l’imbeccata giusta. Esisteva in Italia almeno un laboratorio che utilizzava scimmie per la produzione di vaccini e per la ricerca. Alla fine riuscii a entrare in contatto con un collega che parlava la mia lingua.
«Ovvia, sta’ tranquillo!» mi rassicurò con il suo puro accento toscano. «La sarà una banale influenza. Per gli esami in Italia non c’è nulla da fare. A noi le scimmie arrivano dall’America già belle che testate per l’herpes B, però ti posso dare il numero di fax della ditta dalla quale le importiamo.»
Chiamai Loredana e le feci inviare negli Stati Uniti un fax urgentissimo in cui la parola più ricorrente era help, ovvero «aiuto».
Per fortuna mi rispose subito un collega indiano gentilissimo che lavorava in un centro di ricerca a San Antonio in Texas. Verso sera riuscii a mettermi in comunicazione telefonica, con l’aiuto di un amico che conosceva perfettamente l’inglese. Mi disse che era impossibile contrarre l’herpes B da un saimiri di cattura e che, se anche avessi contratto l’herpes T, finora i pochi casi nell’uomo erano tutti finiti bene, nel senso che nessuno era morto.
«Don’t worry, Oscar [non preoccuparti, Oscar], e soprattutto accertati se la scimmia ha morsicato qualcun altro, in famiglia. Se lo ha fatto, come è probabile per queste scimmiette, e non è successo niente, dormici sopra, altrimenti puoi sempre prendere un aereo e venirci a trovare. Saremo felici di conoscerti» concluse il collega indiano.
«Grazie… cioè, thank you… ciao… grazie.»
Composi il numero di Bologna. Erano le 23.
«Signora, buona sera. Sono il dottor Grazioli. Mi scusi per l’orario, ma ho appena finito di visitare una scimmietta e mi è venuta in mente la sua. Come sta?»
«Mo benissimo, povera stella. È guarita del tutto, grazie a lei. Ho fatto una gran fatica a darle lo sciroppo. Lo sputava mezzo. Adesso è tornata come prima.»
«Signora… una curiosità. Ha per caso mai morsicato qualcuno in casa, anche solo per gioco?» il cuore batteva come un martello pneumatico.
«Mo certo, dottore. Delle volte è proprio una carognetta. Fa i dispetti come i bambini. È ormai tre mesi che ce l’abbiamo e mio figlio ha le mani con tutti segni dei suoi dentini. Se vedesse poi le mie, dopo che gli ho dato lo sciroppo! Mo però è tanto carina, povera stella!»
Dopo due giorni la febbre cominciò a scendere e il mal di testa a cedere. Il quinto giorno non avevo più nulla, se non i classici disturbi conseguenti a uno stato febbrile prolungato.
Non so che cosa sia stato e non lo voglio sapere. Probabilmente una semplice influenza, ma nessuno mi toglie dalla testa che, sotto sotto, ci sia stato lo zampino, anzi il dentino, di una piccola, povera stella.

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Robertino

La signora era alta, ben vestita, piuttosto larga di fianchi. A dispetto della giovane età, il suo viso portava i segni di esperienze poco piacevoli. Una ragnatela di rughe sottili arabescava un volto rotondo e carino. I capelli erano lunghi e ben curati. Lo sguardo era preoccupato, ma, al tempo stesso, fermo e risoluto. Era lo sguardo di chi è abituato ormai a lottare in silenzio, senza piangere. Nelle mani reggeva un’enorme cesta di vimini. Al centro della cesta si intravedeva un piccolo cuscino giallo e al centro del cuscino un minuscolo cane nero. Era un incrocio nel quale avevano preso il predominio le caratteristiche orecchie rotonde del chihuahua.
Non avevo bisogno di una visita particolarmente accurata per capire che il cane versava in gravissime condizioni. Un tratto di intestino fuoriusciva dall’addome. Respirava a fatica, le pupille fisse e puntiformi, la testa reclinata in una posa grottesca. Piccole chiazze di sangue risaltavano sul giallo ocra del cuscino.
«Questo, lo può salvare solo Cristo!» mi lasciai sfuggire, pensando a voce alta.
«L’ha morsicato un altro cane» mi disse la signora. «Cerchi di salvarlo in tutti i modi. Ehm… potrei parlarle un momento?»
«Certo, venga in ufficio» risposi.
Mentre la signora appoggiava la cesta sul tavolo da visita mi accorsi che, dietro l’ampia gonna, si celava un bambino. Poteva avere cinque o sei anni, i capelli rasati a zero e due occhi indimenticabili. Erano dilatati, come se avesse visto uno spettacolo meraviglioso o infernale. Era lo sguardo di un bambino incredulo, che attende un grande evento.
«Roberto, aspettami lì» disse la mamma. «Stai vicino a Minnie.»
Mentre Loredana prendeva per mano Robertino, Alessandro e Wolfram erano già pronti con il carrello delle emergenze, mentre Flavio, il giovane tirocinante, aveva già introdotto una sacca di soluzione ipertonica nel forno a microonde. Poco più di un minuto e, nelle vene del cane, sarebbe corso un caldo fluido vitale.
«Signora, sarò molto franco…» cominciai.
«Dottore» mi interruppe lei, «sono un’infermiera di sala operatoria e ho già capito tutto. Volevo soltanto dirle che Roberto ha un linfoma ed è in chemioterapia da sei mesi. Gli ho regalato Minnie quando hanno scoperto la malattia e le garantisco che lui vive non solo grazie ai farmaci, ma anche grazie a lei. Purtroppo mio marito è come se non ci fosse. Va avanti da anni ad alcool e psicofarmaci. Come vede, non è una situazione brillante. Per fortuna i miei genitori sono ancora in grado di darmi una mano ogni tanto».
D’improvviso mi vennero in mente le parole di un caro e vecchio docente, durante una delle prime lezioni, all’università: «Ricordatevi che voi sarete dei veterinari e, visto che lavorerete con le bestie (pronunciò questo termine con voluta enfasi), per tutta la vita sarete considerati da molti dei medici di serie B. Questa scarso credito che tanta gente dimostrerà per la vostra professione non vi dovrà indurre a lavorare con approssimazione, anzi dovrà spronarvi a mettere in luce l’importanza del vostro lavoro nella società. Ricordate che dietro gli occhi di un cane malato ci sono sovente quelli di un bambino, o di un anziano, più malati di lui».
Insegnava una materia ritenuta di scarso valore, un complementare, ma non ho mai perso una delle sue lezioni. Ci parlava anche di farmaci e malattie, ma soprattutto ci tramandava le sue esperienze e ci preparava a diventare degli uomini, oltre che dei veterinari. Le sue erano lezioni sulla vita, merce rara nelle nostre università.
Fu un intervento lungo ed estenuante. Una sola mano dei chirurghi era grande quanto il cane. Ricordo che staccai il sonoro del monitor. Non volevo sentire gli allarmi della pressione, del respiro, del ritmo cardiaco. Mi capita di farlo, ancora oggi, quando affronto certe anestesie delicate. È un mio difetto, lo so, mi lascio coinvolgere troppo. Non so quanti mesi di vita mi costano questi interventi, ma sono sicuro che, da qualche parte, c’è chi tiene il conto. Qualcuno che raramente sbaglia le somme.
Minnie superò l’intervento e venne messa in terapia intensiva. Per quattro lunghi giorni rimase tra la vita e la morte. Tutte le sere, alle 19 precise, la signora entrava con Robertino dietro l’ampia gonna. Non l’ho mai sentito dire una parola. Robertino aspettava.
Il quinto giorno suonò il telefono alle sei del mattino. Era Loredana, talmente agitata che non riusciva quasi a parlare: «Minnie… Oscar… l’ho vista leccare l’acqua da sola nella ciotola».
Mi precipitai in ambulatorio e, appena la vidi, capii che avevamo vinto. In capo a due giorni, Minnie si riprese a tal punto da poterla dimettere.
La sera delle dimissioni mi aspettavo qualcosa da Robertino: un’esclamazione di gioia, un sorriso, magari un pianto liberatorio. Nulla. Prese in braccio Minnie e si rifugiò dietro l’ampia gonna della madre.
Li rividi tutti e tre, dopo dieci giorni. Erano venuti per togliere a Minnie i punti di sutura. Una pura formalità. Minnie stava benissimo. Venne il momento del congedo. Mentre la signora usciva dalla clinica, Robertino si staccò dalla gonna e venne risoluto verso di me. Per la prima volta udii la sua voce: «Signore, ma lei è Cristo?».
Un attimo dopo era in strada, nascosto nelle larghe pieghe di una gonna scozzese.

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Tel. 011 517 53 24 // cell. 333 25 87 662
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